Orso Tosco per Super8

Marzo è un mese particolare per l’AbanoRitz, scelto non a caso da Terry e Ida Poletto per essere dedicato a un sogno, un progetto, una realtà: la realizzazione di Super 8, che vi invitiamo, di settimana in settimana, a scoprire. Otto autori hanno soggiornato nel nostro hotel, ma più precisamente nelle stanze del quinto piano: le nostre Creative Room. Otto camere, otto scrittori, otto racconti.

Questa settimana leggiamo Orso Tosco, scrittore e sceneggiatore classe 82. Ha pubblicato diversi racconti in Watt e in altre riviste prima del suo primo romanzo: Aspettando i Naufraghi (Minimum fax, 2018). Una rappresentazione quanto mai reale delle motivazioni segrete che ci spingono a vivere fino all’ultimo respiro. Un racconto l’ha dedicato alla camera 510 “Recycling” che ci presenta con

“Il ritorno”

L’abitudine è il tentativo di creare un rituale senza scomodare gli dèi. E ogni rituale è il tentativo di persuadere la magia di un momento irripetibile a ripetersi. Questo, era il loro rituale. Quando Pietro tornava a letto dopo la doccia Clara restava voltata, gli dava le spalle, appariva assopita, distante (in realtà sentiva tutto, come uno stagno, come una ragnatela). Lui allora le si sdraiava accanto. Imitando il profilo del suo corpo con il proprio assumeva la stessa postura, imponeva l’identica inclinazione alle ginocchia, al busto, e dopo aver notato il modo, meraviglioso, con cui la luce sembrava friggere sopra le ciocche bionde e rosse dei suoi capelli, iniziava a massaggiarle il collo. Osservava le lentiggini sparpagliate sulle spalle, così simili a briciole di grano fresco, e cercava di unirle, le une alle altre, in modo da formare uno schema. Tentava di evocare una formula che potesse spiegare la loro anomalia. Ma -immancabilmente, saggiamente- lei interrompeva la ricerca dell’uomo spingendo la testa all’indietro, inarcando la schiena, magra e bianca, affinché le loro bocche si incontrassero, capovolte: parti tremolanti di un congegno che, per attivarsi, abbia bisogno di un incastro anomalo e preciso, affilato. In quel momento, fuori dalla finestra della loro stanza- sempre la stessa, anno dopo anno- un piccione emetteva il suo strano verso, fangoso e gutturale, sembrava farlo affinché i loro corpi trovassero un ritmo da seguire. Come un dono, il verso del piccione, fungeva da metronomo per il loro amore che si rinnovava dopo così tanti, troppi giorni di digiuno. Il loro amore imperdonabile e inevitabile, invincibile, eterno come l’errore disegnato all’interno di un diamante imperfetto. “Il nostro Ultimo Tango a Parigi” diceva Clara ridendo “ma al contrario.” Certo, era un modo per sdrammatizzare, per allontanare con il riso l’idea che entrambi stessero tradendo i rispettivi coniugi. Però in quell’affermazione si nascondeva una profonda verità. Se nel film di Bertolucci i due protagonisti basavano la loro iniziale intesa sessuale sulla mancanza di conoscenza reciproca, lui e lei, invece, rinnovavano il bisogno e la gioia di ripetere annualmente questo loro rituale segreto per il motivo inverso: proprio perché si conoscevano bene, benissimo, proprio perché erano soliti frequentarsi abitualmente, seppur con altri ruoli. Insieme trascorrevano il natale, insieme celebravano i rispettivi compleanni, sempre insieme condividevano matrimoni e tragedie familiari: come è normale che sia, tra cognati. Pietro non è mai voluto ritornare in questo Hotel dalla morte di Clara. Ha cambiato idea soltanto dopo aver perso anche sua moglie. Il lutto, infatti, per alcuni somiglia ad una strana forma di gravidanza: un momento che non soltanto impone voglie a prima vista bizzarre, ma anche, e soprattutto, offre il privilegio di concedersele senza troppi ripensamenti. E così eccolo, Pietro, di ritorno all’Hotel Abano Ritz dopo dieci anni esatti. Naturalmente, ha chiesto di soggiornare nella stessa stanza in cui era solito trascorrere il fine settimana con Clara. Se è vero che ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, è altrettanto vero che ogni storia di fantasmi è una storia di abitudini e di sorprese. La prima sorpresa è data dall’aspetto della camera, totalmente cambiato. La proprietaria stessa gli racconta le ragioni del cambiamento. La decisione, presa assieme alla sorella, di dedicare un piano intero del loro Hotel a stanze speciali, caratterizzate da uno stile unico e slegato dal contesto. La sua stanza, la 510, è quella del riciclo. Le poltrone sono formate da jeans uniti tra loro sino a formare sedile e schienale, il letto è poggiato sopra dei bancali, una delle luci da lettura è contenuta all’interno di una moka, e il lampadario che pende dal soffitto nella vita precedente è stato il cerchione di una bicicletta. La seconda sorpresa, brutale, lo colpisce la sera, quando, dopo una giornata trascorsa tra le acque calde delle piscine e i fanghi rigeneranti, si ritrova a bere un aperitivo in attesa della cena. L’ampio salone è quasi deserto. I velluti dei divanetti e delle poltrone attutiscono i rumori, e i tappeti fanno risuonare i passi simili ad un fruscio, come puntine di giradischi giunte a fine corsa. Pietro beve volutamente a stomaco vuoto, per concentrarsi sul bruciore imposto dalla gastrite e non sulla propria malinconia. Osserva distrattamente le foto appese al muro della stanza in cui si celebra la storia dell’Hotel. È con occhi distratti che si ritrova davanti Clara. Una fotografia di Clara sorridente, abbracciata al marito, a suo fratello. Pietro non può crederci. Scoprire che Clara è venuta qui con suo fratello rappresenta un tradimento, la distruzione del loro rituale. Una profanazione resa ancora più orribile dall’impossibilità di potergliela rinfacciare. La cena diventa un’opzione odiosa e impossibile da sopportare. C’è bisogno di bere ancora, di bere fino a raggiungere il giusto livello di ubriachezza, quando non si prova più vergogna, quando ci si permette il lusso di parlare da soli in pubblico, di bestemmiare sgranocchiando noccioline, di piangere con rabbia. Pietro torna in camera sua. Nella loro camera. Che improvvisamente gli appare sotto una luce nuova: la stanza si è lasciata modificare per aiutarlo, per non farlo riflettere sull’ipotesi che Clara vi fosse andata anche con suo fratello. La stanza 510 si è lasciata modificare pur di non preservare tracce del tradimento. Dovrebbe apparirgli misericordiosa, e invece peggiora le cose. Le peggiora perché Pietro capisce di essere tornato proprio per provare il peggior tipo di dolore possibile, qualsiasi cosa che possa riscuoterlo, risvegliarlo: se il piacere è irrimediabilmente compromesso, il male, all’opposto, è sempre alla sua portata. Beve ciò che resta del gin tonic e ne ordina un altro, va sul balcone. Ignora il cielo e l’aria fresca, continua a parlare da solo, si insulta, la maledice, odia sé stesso perché darebbe molto più di quanto possiede per riaverla, anche soltanto un breve istante, anche soltanto per guardarla andare via, con le sue gambe troppo magre per essere dritte e i fianchi sporgenti. Ma lei non torna. Niente ritorna. Arriva il nuovo gin tonic e Pietro vuole pagarlo subito, insiste, spera che la mancia generosa possa far passare in secondo piano lo stato pietoso in cui si trova. Beve a lunghe sorsate. Il ghiaccio contro i denti, l’aspro del limone, la voglia di urlare. Poi all’improvviso ricorda un dettaglio. Ritorna sul balcone, sposta il tavolo, i vasi, è alla ricerca di un segno e lo trova. Molti anni prima, come un adolescente, aveva inciso le sue iniziali e quelle di Clara sopra una parte nascosta di muro, l’unico punto della stanza sfuggito alle riparazioni e alle nuove mani di pittura. Beve ancora, si sforza di bere. La vista delle loro iniziali lo calma, lo introduce ad un dolore nuovo, più ampio, più denso, un dolore accogliente e quieto. Pietro si ritrova a valutare l’ipotesi che Clara abbia fatto bene. Che portare suo marito in quella stanza sia stato un modo per dirgli la verità senza ferirlo. Restare sdraiata accanto al marito, al fratello di Pietro, a due passi dalle loro iniziali tracciate nel cemento, nel centro del loro rituale -Pietro lo capisce bevendo e smettendo di maledire- equivale a un risarcimento. Certo, nessun risarcimento riesce mai a ripagare il torto arrecato, e questo non fa eccezione. Ma nonostante ciò, Pietro per la prima volta riesce a sentirsi in colpa nei confronti di suo fratello.

Una emozione che fino ad allora si era sempre proibito, per paura di rimanerne schiacciato. E allora, forse, il tradimento di Clara, il risarcimento di Clara, è anche un dono per lui, per Pietro. Non potendo ritornare, nemmeno per un istante, ha deciso di riempire la solitudine smorta del vecchio amante con qualcosa di vivo. Perché sopravvivere alle persone amate è una condanna che bisogna meritare, è un dono che va scontato intensamente. Pietro guarda il cielo, fa coincidere le stelle con l’ultimo sorso e chiude gli occhi. Il verso dei piccioni offre un ritmo al suo cuore che si spalanca: è impossibile, e forse inutile, affermare con certezza se il suo cuore si apra per liberare i propri fantasmi, o se per farli ritornare a casa.

© Giovanni De Sandre

2 Comments

  1. AvatarAlessia Posar

    Ho soggiornato in questa meravigliosa camera alla fine dell’estate 2019. Che dire… fantastica! La rivedo in questo racconto come se ne fossi uscita un secondo fa… Geniale davvero!

    1. abanoritzabanoritz Post author

      Alessia, grazie per questo tuffo nei ricordi… La prossima volta bisognerà provarne un’altra allora, perché le nostre camere al V piano sono una diversa dall’altra, ma soprattutto una più sorprendente dell’altra!

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