30/05/2020

Alcune delle storie più antiche e diffuse nel mondo, sono storie di avventura, come l’Odissea di Omero e l’epopea guerresca e virile dell’Iliade. Libri, Cinema, Fumetti, e, finalmente, i Videogiochi, in cui persino lo strumento è avventuroso, narrano vicende singolari e straordinarie. Certo l’avventura non è esattamente un genere letterario perché, se per avventura s’intende un’esperienza entusiasmante, inusuale o audace, allora ogni singolo libro ha nel suo DNA un po’ di avventura. A mio avviso i veri libri d’avventura sono quelli che raccontano di un’impresa rischiosa, il cui esito è incerto ma l’ignoto seduce. Tra i classici penso a Tom Sawyer di Mark Twain, Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, I 3 Moschettieri di Alexandre Dumas, Moby Dick di Herman Melville o Il Ciclo dei Pirati della Malesia di Emilio Salgari. Così sin dalle origini, il cinema d’avventura, ha potuto contare su una riserva inesauribile di libri: antichi miti, storie e leggende, il tutto corredato oggi dalla tecnologia. Questo genere di cinema è infatti erede di una lunga e consolidata tradizione letteraria o, piuttosto, di diverse tradizioni: epopea, romanzo d’avventura, letteratura popolare. Il viaggio è indubbiamente la forma espressiva fondamentale del cinema d’avventura che spesso si confonde con la fantascienza. Anche qui per citare alcuni cult mi vengono in mente : Indiana Jones, Easy Rider, Jurassic Park, Cast Away, Into the Wild, Marrakech Express, Il Giro del Mondo in 80 Giorni.

Il termine avventura viene spesso usato per parlare di attività con un certo potenziale di pericolo fisico, come la ricerca dell’ebbrezza con gli  sport estremi. Avventura, in genere, fa riferimento a qualsiasi impresa dall’esito incerto che sia potenzialmente carica di rischio fisico o psicologico… come in una storia d’amore, per esempio. Mentre, l’educazione all’avventura utilizza, intenzionalmente, esperienze stimolanti per ampliare le proprie conoscenze trasformandosi in un esercizio importante per la crescita e la formazione individuale. Forse che, in questo senso, GLORIA sia un’avventura? Senza sconfinare, questa è un’esperienza inconsueta e coraggiosa. L’esito non è certo. Eppure, essere qui -al ritz– per compiere un viaggio nell’ombelico del turismo, è parimenti esaltante quanto demoralizzante. Oggi, giornata senz’altro avventurosa: sono saltate le piastre elettriche del cucinino e così ho pensato di diventare crudista, dai rubinetti usciva solo acqua bollente e mi sono sentita come la famosa rana di Chomsky, last but not least, si sono scollate, completamente aperte, le scarpe più comode che avevo trovato qui decidendomi in questo modo a tirare fuori i sandali e qui si passa a un’altra pagina non feticista, ma realista: quella sui piedi scoperti.

Tornando all’antica Grecia e ai calzari degli Dei, passando per l’Oriente, il piede pare essere la rappresentazione psicosomatica di noi. È il nostro punto d’appoggio al suolo: il piede, un passo dopo l’altro, ci permette di avanzare; come pure, al contrario, di rimanere fermi sui due piedi. Rappresenta quindi il mondo delle posizioni, l’estremità manifesta della nostra relazione con il mondo esterno, il che spiega l’importanza del rito del lavaggio dei piedi che purificava questa relazione dell’uomo con il mondo e con il “divino”. Infine è un simbolo di libertà in quanto consente il movimento. Non è un caso che in Cina i piedi delle fanciulle venissero fasciati. Sotto il pretesto di un significato erotico ed estetico si celava infatti la convinzione che fosse possibile imprigionare la donna limitandone la mobilità. Del resto nelle nostre società occidentali si è potuto constatare che, mano a mano che la “liberazione” delle donne faceva il suo corso, l’altezza dei tacchi delle loro scarpe diminuiva. Al di là di tutto questo, io non ho mai visto mia madre, che pur aveva piedi belli, lunghi e magri, camminare scalza o con il piede nudo. Nella sua enorme scarpiera non c’erano sandali. Il mio di piede non è né lungo, né particolarmente magro. Non corrisponde ai canoni estetici greci avendo le dita decisamente a scala e, da qualche anno, solo sul piede destro, una lieve forma di alluce valgo. Conscia di non avere dei piedi belli li ho adornati poco, ma usati molto e in maniera primitiva: ho infatti sempre avuto l’esigenza di camminare scalza ovunque fosse possibile. Ho cercato di farne un mito al contrario, definendoli: piedi da contadina. Istintivamente li ho curati poco a fini estetici, ma li ho resi forti e, ultimamente, praticando yoga, mi son resa conto di riuscire a tenere perfettamente la posizione dell’albero, l’asana dell’equilibrio. Come suggerisce il nome, questa posizione prevede il bilanciamento, alternativamente, su una gamba tenendo il piede ben piantato a terra, l’altro sulla coscia, e le braccia unite sopra la testa. Si narra che mantenere a lungo la posizione dell’albero allontani tutti gli sbagli commessi e alleni a perseguire i propri obiettivi, nonostante gli ostacoli, perché sviluppa la pazienza.

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